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			<journal-id journal-id-type="publisher-id">Arbor</journal-id>
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				<journal-title>ARBOR Ciencia, Pensamiento y Cultura</journal-title>
				<abbrev-journal-title>Arbor</abbrev-journal-title>
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			<issn pub-type="epub">0210-1963</issn>
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				<publisher-name>Consejo Superior de Investigaciones Cient&#x00ED;ficas</publisher-name>
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			<article-id pub-id-type="publisher-id">arbor.2016.780n4010</article-id>
			<article-id pub-id-type="doi">10.3989/arbor.2016.780n4010</article-id>
			 
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				<subject>POTENCIAS DEL PENSAMIENTO DE XAVIER ZUBIRI / POTENCY OF THOUGHT OF XAVIER ZUBIRI</subject>
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				<article-title>Xavier Zubiri e il problema della verit&#x00E0; ‘attuale’</article-title>
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					<trans-title>Xavier Zubiri and the problem of ‘actual’ truth</trans-title>
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				<alt-title alt-title-type="running-head">Xavier Zubiri e il problema della verit&#x00E0; ‘attuale’</alt-title>
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					 <surname>Ponzio</surname>
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				<aff id="U1">Universit&#x00E0; degli Studi di Bari Aldo Moro</aff>
				
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			<author-notes>
				<corresp id="cor1"><email xlink:href="paolo.ponzio@uniba.it">paolo.ponzio@uniba.it</email></corresp>
			</author-notes>
			
			
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				<year>2016</year>
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			<year>2016</year>
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			<volume>192</volume>
			<issue>780</issue>
			
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					<license-p>Este es un art&#x00ED;culo de acceso abierto distribuido bajo los t&#x00E9;rminos de la licencia Creative Commons Attribution (CC BY) Espa&#x00F1;a 3.0.</license-p>
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				<title>RESUMEN</title>
				<p>El presente art&#x00ED;culo quiere indagar el problema de la verdad en el pensamiento de Xavier Zubiri, desde sus inicios. Por esta raz&#x00F3;n, incluso si el objetivo es explorar el concepto de verdad en su &#x00FA;ltima declinaci&#x00F3;n, es decir, dentro de la trilog&#x00ED;a de la inteligencia sentiente (1980-1983), no se puede ignorar los ensayos anteriores del fil&#x00F3;sofo, para evaluar plenamente la originalidad de su pensamiento con respecto a la filosof&#x00ED;a del siglo XX.</p>
			</abstract>
			
									
			<trans-abstract xml:lang="en">
				<title>ABSTRACT</title>
				<p>This article aims to investigate the problem of truth in the thinking of Xavier Zubiri, from its beginnings. For this reason, even if the goal is to explore the concept of truth in his last declination, i.e., in the trilogy of sentient intelligence (1980-1983), previous essays by the philosopher must not be ignored when assessing his originality with respect to Twentieth century philosophy.</p>
			</trans-abstract>
			

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				<title>PALABRAS CLAVE</title>
				<kwd>Zubiri</kwd>
				<kwd>verdad</kwd>
				<kwd>actualidad</kwd>
				<kwd>inteligencia sentiente</kwd>
			</kwd-group>
			
						
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				<title>KEYWORDS</title> 			
				<kwd>Zubiri</kwd>	
				<kwd>truth</kwd>
				<kwd>actuality</kwd>
				<kwd>sentient intelligence</kwd>
			</kwd-group>
			
		
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	<body>	
			
		<sec id="S1">
						<disp-quote><p>«Quando Pilato domand&#x00F2; a Cristo: “Che cos’&#x00E8; la verit&#x00E0;?”, formul&#x00F2; la domanda che ha determinato la sorte del cristianesimo in Europa. Per questo il cristianesimo si &#x00E8; esteso intellettualmente in Europa: perch&#x00E9; ha potuto dare un significato alla parola “verit&#x00E0;” e ha creduto nella possibilit&#x00E0; di accogliere al suo interno la <italic>aletheia </italic>dei greci» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT08">2002</xref>, p. 57).</p></disp-quote>

			<p>Il brano con cui abbiamo voluto introdurre il problema della verit&#x00E0; nel pensiero di Xavier Zubiri, tratto dal lungo saggio intitolato <italic>Sobre el problema de la filosofia</italic>, delinea in modo chiaro quale sia l’orizzonte problematico nel quale si pone la questione della verit&#x00E0; all’interno degli scritti del filosofo spagnolo, sin dai suoi esordi. La domanda di Pilato sembra essere il punto emblematico di contatto tra filosofia greca e cristianesimo. Il concetto di verit&#x00E0;, di <italic>aletheia</italic>, viene ora interpretato alla luce del cristianesimo. Cosa ha significato questo – si domanda Zubiri – all’interno della storia della filosofia occidentale?</p>

			</sec>
			
			<sec id="S2">
			
			<title>1. L’ORIZZONTE DELLA FILOSOFIA OCCIDENTALE: LA VERIT&#x00C0; IN QUANTO MUTABILIT&#x00C0; E “NIHILIDAD”</title>

			<p>La visione prospettica dell’uomo greco, entro cui si &#x00E8; mosso l’orizzonte della filosofia, &#x00E8; la mutabilit&#x00E0; del reale. Ogni cosa &#x00E8; mutevole e anche l’uomo si coglie allo stesso modo. Sembrerebbe, cos&#x00EC;, che vi sia un solo aspetto che differenzi l’uomo dalle altre cose: la sua capacit&#x00E0; di parlare, di esprimere le cose e il suo essere tra esse. Il <italic>logos</italic> dell’uomo si caratterizza, dunque, nel poter manifestare l’essere delle cose cos&#x00EC; come si presenta realmente: l’<italic>aletheia</italic> greca, la verit&#x00E0; delle cose, &#x00E8; allora questo esser-patente che ha nella mutabilit&#x00E0;, nel movimento, il suo “per sempre”, la sua totalit&#x00E0;. Tutta la visione dell’uomo greco &#x00E8; sempre visione di una totalit&#x00E0;, di un orizzonte in cui «l’uomo vede le cose quando le esprime» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT08">2002</xref>, p. 44), ed &#x00E8; proprio la visione diretta di qualcosa che &#x00E8; per sempre, ci&#x00F2; che Parmenide chiam&#x00F2; <italic>noein</italic>.  Ci&#x00F2; che rende possibile all’uomo esprimere le cose, ci&#x00F2; che rende possibile il <italic>logos</italic>, &#x00E8; questo muoversi nella visione di ci&#x00F2; che &#x00E8; per sempre. Nel vedere le cose in ci&#x00F2; che sempre sono, l’uomo scopre le cose stesse nella loro verit&#x00E0;, e ci&#x00F2; che in verit&#x00E0; sono &#x00E8; ci&#x00F2; che &#x00E8; visto nella visione: l’essere e la visione di ci&#x00F2; che &#x00E8; sempre, sono inseparabilmente unite.  Di qui la domanda filosofica distintiva di tutta la filosofia greca: in cosa consiste ogni realt&#x00E0; in quanto tale, cio&#x00E8;, in quanto &#x00E8; sempre? O pi&#x00F9; sinteticamente: cos’&#x00E8; ci&#x00F2; che &#x00E8;. In questo domandare vi sono riassunti, anzi unificati, i due temi essenziali del pensiero ellenistico: il tema del reale nella sua singolarit&#x00E0;, nel suo essere individuale, e il tema della totalit&#x00E0;. E tale unificazione non pu&#x00F2; che palesarsi nel <italic>noein</italic> parmenideo che ha nel pensiero aristotelico il suo punto teoretico pi&#x00F9; elevato. Tutta la metafisica di Aristotele, infatti, non &#x00E8; solo scienza delle cose, ma scienza dell’essere, vale a dire, scienza delle cose in quanto sono: «Guardando le cose perse nella mutabilit&#x00E0; del tutto, nell’orizzonte totale di ci&#x00F2; che sempre &#x00E8;, il greco si domand&#x00F2;: ti to on» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT08">2002</xref>, p. 46). </p>

			<p>Il filosofo greco, dunque, &#x00E8; colui che vive in questa visione del “sempre &#x00E8;” delle cose, e la stessa filosofia consiste nel mantenersi in questa visione, che &#x00E8;, ultimamente, visione del divino. &#x00C8; questo il culmine del pensiero pre-cristiano: nel <italic>noein</italic> si costituisce, a un tempo, l’essere sempre delle cose in quanto tali e la radice della sufficienza umana, cio&#x00E8;, della sua libert&#x00E0;<xref ref-type="fn" rid="NOTE1">1</xref>. </p>

			<p>L’orizzonte della filosofia dopo l’avvenimento del cristianesimo &#x00E8; completamente differente. Al concetto di movimento, di variabilit&#x00E0;, si sostituisce quello di <italic>nihilidad</italic>. A tema non c’&#x00E8; pi&#x00F9; qualcosa (&#x00D3;n) che muta ma il niente che desidera essere, e dunque, la domanda filosofica non si porr&#x00E0; innanzitutto nel determinare ci&#x00F2; che cambia o ci&#x00F2; che si muove, ma nel chiedersi il perch&#x00E9; dell’essere: «Per il greco, il mondo &#x00E8; <italic>qualcosa </italic>che varierebbe; per l’uomo della nostra Era &#x00E8; un <italic>niente </italic>che pretende di essere» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT08">2002</xref>, p. 49). Si potrebbe, cos&#x00EC;, dire che mentre il pensiero greco inizia a filosofare a partire dall’essere, quello occidentale cristiano inizia a filosofare a partire dal niente. Diviene allora imprescindibile dover giustificare come le cose giungono all’essere: non pi&#x00F9; il problema di che cosa sia ci&#x00F2; che &#x00E8;, ma il problema dell’essere in quanto tale. </p>

						<disp-quote><p>«Quando il greco si domanda cos’&#x00E8; il mondo, parte dalla supposizione che mondo sta l&#x00EC;, e ci&#x00F2; di cui si tratta &#x00E8; giustamente di verificare <italic>che cos’&#x00E8;</italic>. Quando un uomo della nostra Era, invece, si domanda cos’&#x00E8; il mondo, la prima cosa che pensa &#x00E8;, effettivamente, <italic>che esso sia stato, che avrebbe potuto non esser stato, n&#x00E9; essere ci&#x00F2; che &#x00E8;, n&#x00E9; come &#x00E8;</italic>» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT08">2002</xref>, p. 50).</p></disp-quote>

			<p>A partire, pertanto, dall’avvenimento del cristianesimo l’uomo assume un modo di esistere completamente nuovo, tanto che la domanda filosofica si pone all’interno di un orizzonte inimmaginabile all’uomo greco. &#x00C8; vero che sin dai primi secoli si &#x00E8; parlato di una certa commistione del pensiero cristiano con quello greco, ma occorrer&#x00E0; domandarsi il motivo di quest’apertura alla filosofia e quali sono state le conseguenze per la stessa filosofia.  </p>

			<p>Di certo il pensiero cristiano trae la sua origine non solo dalla filosofia greca, ma anche da una tradizione a essa parallela, quella giudaica, che si presenta del tutto differente, se non opposta, – come mentalit&#x00E0; e orizzonte esistenziale –, rispetto a quella ellenistica. Innanzitutto, la posizione dell’ebreo nel mondo: egli vive prossimo tra i prossimi, l’altro non &#x00E8; qualcosa di a s&#x00E9; stante, un momento della natura, come per il greco, bens&#x00EC; si situa in rapporto con me. Non il prossimo in quanto tale, ma il mio prossimo: un prossimo cui appoggiarsi, il prossimo della mia trib&#x00F9; che d&#x00E0; sicurezza, stabilit&#x00E0; alla mia vita. Questa fiducia, questa sicurezza &#x00E8; alla base del concetto di verit&#x00E0;: «La verit&#x00E0; si presenta cos&#x00EC; all’ebreo come fedelt&#x00E0;, compimento di una promessa, veracit&#x00E0;» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT08">2002</xref>, p. 53). In questo modo, la verit&#x00E0; pi&#x00F9; che essere qualcosa che si vede, &#x00E8; qualcosa che avviene, qualcosa che accade, cosicch&#x00E9; l’organo della verit&#x00E0; non &#x00E8; pi&#x00F9; il <italic>logos</italic> ma la fiducia in un avvenimento futuro. &#x00C8; questo il senso della storia che pervade l’intero percorso del popolo ebraico: non un movimento tra le cose, ma la certezza di una storia che mostrer&#x00E0; il vero volto delle cose, della realt&#x00E0;, che non potr&#x00E0; pi&#x00F9; essere considerata nella sua natura di <italic>eidos</italic>, essenza, ma in quanto destino. Il tempo della storia per l’ebreo non &#x00E8; pi&#x00F9; il tempo del semplice movimento delle cose, il tempo tra le cose, bens&#x00EC; il tempo del destino, verso il destino. Un destino che non &#x00E8; sinonimo di fatalit&#x00E0;, di casualit&#x00E0;; &#x00E8;, invece, una promessa, una “parola” che viene incontro all’uomo. A differenza dell’idea di tempo come movimento, che implica da s&#x00E9; l’essere momento della natura, il tempo inteso in quanto destino conduce a colui da cui dipende l’essere stesso delle cose, il signore di tutto. Questi, tra l’altro, non  solo &#x00E8; un Dio che esiste – contro un Dio irreale – ma &#x00E8; anche un Dio che promette, un Dio che compie la sua promessa nella storia del popolo, e colui che penetra il suo volere non pu&#x00F2; pi&#x00F9; essere definito saggio, sapiente, bens&#x00EC; profeta poich&#x00E9; trasmette ci&#x00F2; che ha udito, annunciando e pre-annunciando al popolo la parola divina.</p>

			<p>Fedelt&#x00E0; e disvelamento, l’<italic>amen</italic> ebraico e l’<italic>aletheia</italic> greca trovano il loro fondamento e, insieme, la loro riconciliazione nell’incontro di Cristo con Pilato, nel primo contatto che il mondo greco-romano ha con l’avvenimento cristiano nel suo farsi storico. Due concezioni parallele trovano il loro punto di incontro in questa conversione, in questa lenta ma progressiva trasformazione del significato del concetto di verit&#x00E0; nella cultura occidentale. Quale sar&#x00E0; il cammino lento e tortuoso di tale trasformazione lo chiarir&#x00E0; la storia nel corso dei secoli.</p>

			<p>Emerge qui, tuttavia, un dato originario che quasi sempre viene sottinteso o, ancor peggio, coscientemente taciuto: la conoscenza della verit&#x00E0; &#x00E8; possibile solo mediante qualcosa di precedente alla stessa conoscenza, mediante un <italic>incontro</italic> che precede il conoscere. Conosciamo la verit&#x00E0; poich&#x00E9; &#x00E8; la verit&#x00E0; stessa che si fa incontro all’uomo, cosicch&#x00E9; la conoscenza della realt&#x00E0; &#x00E8;, innanzitutto, conoscenza del suo rapporto con Dio, del suo esser dato, creato. L’idea greca della conoscenza in quanto teoria cede, pertanto, il posto alla <italic>contemplatio</italic>, tanto che la domanda originaria del nuovo sapere filosofico &#x00E8; la seguente: come &#x00E8; possibile che le cose siano qualcosa e contemporaneamente niente? Come &#x00E8; possibile che sorgano all’essere dal niente? In questo modo la questione dell’essere delle cose non ha pi&#x00F9; a che fare con il problema della traiettoria attuale del movimento, ma con l’avverarsi della creazione: «Essere &#x00E8; esser-creato»  (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT08">2002</xref>, p. 121). Il “quid est ens” della metafisica greca si trasformer&#x00E0; nel “quid est esse qua creatum esse” e pervader&#x00E0; tutta la storia della metafisica post-ellenica. </p>

			<p>La traiettoria dell’orizzonte filosofico europeo da Agostino a Hegel – sostiene Zubiri nelle ultime pagine del saggio <italic>Sobre el problema de la filosof&#x00ED;a</italic> – non pu&#x00F2; fare a meno di questa ulteriorit&#x00E0;. L’uomo non pu&#x00F2; incontrarsi in modo immediato con se stesso, ma mediante il riferimento a Dio, cio&#x00E8; con lo sguardo fisso sull’infinito. </p>

						<disp-quote><p>«La filosofia da Descartes a Hegel &#x00E8; una dialettica dello spirito finito che vuole conquistare intellettualmente l’infinitudine, messa in crisi dal distanziarsi di Dio. Questa distanza di Dio ha portato inesorabilmente a una divinizzazione dell’uomo. Per questo ancora Hegel ha potuto dire che la filosofia non &#x00E8; se non l’esposizione dello spirito di Dio prima della creazione. &#x00C8; possibile questo?, o se si vuole, non &#x00E8; possibile l’esistenza di una filosofia pura che non sia se non una pura filosofia?» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT08">2002</xref>, p. 124). </p></disp-quote>

			<p>Ecco, dunque, la questione fondamentale. La parabola dell’orizzonte filosofico europeo moderno con il pensiero hegeliano giunge alla sua inesorabile destinazione: l’infinitizzazione del finito. Di qui la domanda finale con cui si chiude <italic>Sobre el problema de la filosofia</italic>: &#x00E8; possibile l’esistenza di un nuovo orizzonte che non sia quello hegeliano di una pura filosofia?</p>

			<p>&#x00C8; questa la domanda che pervade l’iter filosofico zubiriano, e a cui il filosofo spagnolo dar&#x00E0; una risposta iniziale attraverso l’incontro con la fenomenologia husserliana che diviene il primo termine di confronto diretto. Ma anche qui occorrer&#x00E0; preliminarmente porsi la domanda: cosa si intende per fenomenologia? «La fenomenologia – scrive il filosofo spagnolo – inizia dal presupposto che la filosofia &#x00E8; innanzitutto un modo speciale di conoscere le cose» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT08">2002</xref>, p. 124). Cos&#x00EC; Zubiri definisce da subito la fenomenologia, intendendola in questo “modo speciale” una condizione completamente differente rispetto a tutta la storia metafisica classica e all’epistemologia moderna. Per poter situare tale nuovo modo di conoscenza delle cose, occorrer&#x00E0; allora sintetizzare le diverse ma decisive concezioni del “sapere umano” cos&#x00EC; come si sono mostrate nel corso della storia del pensiero. Non sembri una semplice ricostruzione storiografica; ci&#x00F2; che Zubiri vuole mostrare &#x00E8; l’ineluttabile necessit&#x00E0; del problema gnoseologico all’interno di ogni filosofare. Il chiedersi che cos’&#x00E8; il sapere &#x00E8; il problema della filosofia, non uno dei problemi tra altri. Ci&#x00F2; porter&#x00E0;, tra l’altro, il filosofo spagnolo a ripresentare quest’ultima parte del saggio all’interno di <italic>Naturaleza, historia, Dios</italic>, intitolandolo <italic>¿Qu&#x00E9; es saber?</italic><xref ref-type="fn" rid="NOTE2">2</xref>. </p>

			<p>Nella storia del pensiero occidentale vi sono, secondo Zubiri, tre diversi modi di significare il sapere: in quanto discernere, in quanto definire e in quanto intendere. E tutti questi modi dipendono da altrettante forme del filosofare: per la filosofia di Parmenide il sapere ha significato discernere ci&#x00F2; che &#x00E8; da ci&#x00F2; che non &#x00E8; o, come egli stesso diceva, l’essere dal sembrare d’essere. Per Platone, invece, il discernere non sembrava pi&#x00F9; sufficiente, poich&#x00E9; non solo discerniamo una cosa dalla sua apparenza, ci&#x00F2; che &#x00E8; da ci&#x00F2; che non &#x00E8;, ma circoscriviamo i limiti e i confini, la definiamo. Sapere, dunque, non come discernere ma come definire. Infine, per la filosofia aristotelica anche l’idea del sapere come definizione aveva bisogno di essere nuovamente ricompresa: il sapere &#x00E8; sempre qualcosa in pi&#x00F9; rispetto al discernere e al definire, poich&#x00E9; sappiamo qualcosa in modo completo non solo quando sappiamo il “che cosa” &#x00E8;, ma soprattutto quando ne conosciamo anche il “perch&#x00E9;” &#x00E8;. Non un semplice “che cosa”, ma un “che cosa” che &#x00E8; tale “perch&#x00E9;” le cose “sono” cos&#x00EC; e non in un altro modo. In tal modo, la cosa non l’abbiamo solo distinta e definita, l’abbiamo anche intesa, non solo l’abbiamo mostrata, bens&#x00EC; l’abbiamo anche di-mostrata. Questo sapere inteso come di-mostrazione, a sua volta, ha tre momenti: il raziocinare (<italic>raciocinar</italic>), cio&#x00E8; l’impiego rigoroso della logica come <italic>organon</italic> dell’intero sapere reale; l’attivit&#x00E0; della <italic>mens</italic>, o <italic>nous</italic>, volta a far vedere la cosa cos&#x00EC; come essa &#x00E8;, cio&#x00E8; a partire dai suoi principi; e, infine, l’impressione reale delle cose, perch&#x00E9; non abbiamo solo bisogno di compiere un discorso sulle cose o di di-mostrarne il sapere attraverso principi, occorre conoscere come ci&#x00F2; che veramente &#x00E8;, sia qui e ora quella cosa e non un’altra: «Occorre intendere non solo “ci&#x00F2; che &#x00E8;” la cosa, ma anche “la cosa che &#x00E8;”; non solo l’essenza, ma la cosa stessa» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT08">2002</xref>, p. 199). Ora il principio delle cose &#x00E8; questo “essere veramente”: &#x00E8;, cio&#x00E8;, il tutto. Ci&#x00F2; che si chiama, allora, in modo determinato “ciascuna cosa” &#x00E8; ci&#x00F2; in cui il principio, il tutto si &#x00E8; concentrato. In tal modo, in ogni cosa, in principio, c’&#x00E8; gi&#x00E0; tutto; ogni cosa non &#x00E8; altro che uno specchio<italic> </italic>che riflette, quando la luce della mente lo colpisce, il tutto. Questi &#x00E8;, dunque, nella cosa specularmente, per cui sapere una cosa dal punto di vista dei suoi principi, cio&#x00E8; dal punto di vista del tutto, &#x00E8; saperla speculativamente. Insomma, intesa la cosa, co-intendiamo il tutto. Questa modalit&#x00E0; di co-intendere &#x00E8; ci&#x00F2; che si chiama “sistema”: sapere qualcosa &#x00E8; saperlo sistematicamente, nella sua co-intesa con il tutto. &#x00C8; stato questo il genio dell’idealismo tedesco, che ha avuto il merito di chiudere questa dinamica aperta dalla <italic>mens</italic> aristotelica. Quest’ultima non solo ha scoperto i principi di ci&#x00F2; che vede, ma il principio stesso della visibilit&#x00E0;; la mente vede se stessa riflessa nello specchio delle cose in quanto sono: «Nelle cose che sono veramente, <italic>la</italic> verit&#x00E0; si rende patente [<italic>se patentiza</italic>] in modo puro» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT08">2002</xref>, p. 200). Il sapere &#x00E8; cos&#x00EC; uno scoprirsi della mente a se stessa. Fin qui la parabola che da Aristotele a Hegel ha, secondo Zubiri, portato alle estreme conseguenze il rifiuto di ogni conoscenza che abbia a che fare con la sensibilit&#x00E0;: </p>

						<disp-quote><p>«La prima met&#x00E0; del XIX secolo &#x00E8; consistita – scrive in <italic>Filosof&#x00ED;a y metaf&#x00ED;sica</italic> – nel furore romantico di questa speculazione. Lo scienziato fu l’elaboratore di sistemi speculativi. Di contro a lui si alz&#x00F2; la voce del “ritorno alle cose” [<italic>vuelta a las cosas</italic>]. Sapere non &#x00E8; raziocinare n&#x00E9; speculare: sapere &#x00E8; attenersi modestamente alla realt&#x00E0; delle cose» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT08">2002</xref>, p. 200). </p></disp-quote>

			<p>Ecco allora la questione: la cosa stessa, vale a dire, la cosa intesa nella sua realt&#x00E0;. Tutto il sapere speculativo, dai primi abbozzi parmenidei sino alla grande sintesi idealistica, ha svolto il problema gnoseologico a partire dalla verit&#x00E0; senza riuscire ad arrivare alle cose. Ci si &#x00E8; arrestati alle idee, credendo che conoscere l’idea di una cosa equivalesse a conoscere la cosa in se stessa. In tal modo emerge il grande compito che si assume il sapere fenomenologico: «non solo la “verit&#x00E0; della realt&#x00E0;”, ma anche la “realt&#x00E0; della verit&#x00E0;”. Occorre che le cose siano comprese “nella realt&#x00E0; di verit&#x00E0;”» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT08">2002</xref>, p. 201).</p>

			<p>Se queste sono le premesse filosofiche da cui occcorreva partire in questa nostra ricognizione del problema della verit&#x00E0; mi sembra interessante annotare come tale compito fenomenologico sia stato raccolto da Zubiri e trasformato all’interno della trilogia sull’<italic>Inteligencia sentiente</italic>. </p>

			</sec>
			
			<sec id="S3">
			
			<title>2. DALLA VERIT&#x00C0; REALE, ALL’INCONTRO CON LA VERIT&#x00C0; RAZIONALE</title>

						<disp-quote><p>«La cosa reale &#x00E8; appresa come reale in e per se stessa: &#x00E8; “da s&#x00E9;” ci&#x00F2; che &#x00E8;. Dato che questo momento di formalit&#x00E0; &#x00E8; un <italic>prius</italic> delle cose, risulta che la realt&#x00E0; non consiste formalmente n&#x00E9; si esaurisce inevitabilmente nell’essere intelligita. Perci&#x00F2;, per intelligire ci&#x00F2; che la cosa realmente &#x00E8;, diremo che l’intellezione &#x00E8; vera. Ci&#x00F2; che la mera attualizzazione del reale aggiunge alla realt&#x00E0; &#x00E8;, dunque, la sua verit&#x00E0;» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, pp. 327-329). </p></disp-quote>

			<p>Il tema della verit&#x00E0; in Zubiri – cos&#x00EC; come emerge nel presente brano di <italic>Inteligencia y realidad</italic> – &#x00E8; una stretta conseguenza dell’attualit&#x00E0; intellettiva. Vi &#x00E8; una relazione diretta tra attualit&#x00E0; e verit&#x00E0;; anzi la verit&#x00E0; sembra essere quasi una “produzione” dell’attualit&#x00E0; all’interno della realt&#x00E0;. In questo modo, il problema della verit&#x00E0; non viene ad aggiungersi all’atto intellettivo, non &#x00E8; un altro componente in pi&#x00F9;, bens&#x00EC; si configura come una speciale visione dello stesso atto intellettivo con il quale si &#x00E8; appreso primordialmente il reale. </p>

			<p>Ma qual &#x00E8; il significato che Zubiri d&#x00E0; a questo termine? Se rispetto all’atto intellettivo si &#x00E8; cercato di giungere a determinazioni originarie tali da ricondurre ogni discorso a questioni di fondamento, per lo pi&#x00F9; omesse dall’orizzonte filosofico moderno, allora anche il significato di verit&#x00E0; non potr&#x00E0; che emergere in un approfondimento di quella che &#x00E8; la realt&#x00E0; “da s&#x00E9;”. Normalmente si considera il tema della verit&#x00E0; connesso alle qualit&#x00E0; di un’affermazione, dimenticando che l’affermazione, in quanto tale, &#x00E8; soltanto un modo di intellezione. Il concetto di verit&#x00E0;, invece, non concerne solo il modo affermativo di intellezione, ma tutta l’intellezione in quanto tale. La verit&#x00E0;, allora, &#x00E8; l’intellezione in quanto apprende il reale presente come reale. Essa, in quanto tale, non aggiunge nulla alla realt&#x00E0; se non la mera attualizzazione. Con ci&#x00F2; Zubiri non vuol dire che verit&#x00E0; e realt&#x00E0; sono la stessa cosa. Non si tratta n&#x00E9; di realt&#x00E0; identiche, n&#x00E9; di realt&#x00E0; correlate, poich&#x00E9; se &#x00E8; vero che ogni verit&#x00E0; implica la realt&#x00E0;, non ogni realt&#x00E0; implica la verit&#x00E0;. &#x00C8; la realt&#x00E0;, quindi, il fondamento della verit&#x00E0;, ci&#x00F2; che d&#x00E0; verit&#x00E0; all’intellezione. «Verit&#x00E0; &#x00E8; puramente e semplicemente il momento della reale presenza intellettiva della realt&#x00E0;» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 329): vale a dire, &#x00E8; un momento di mera attualizzazione del reale. Questa verit&#x00E0; che Zubiri chiama <italic>verit&#x00E0; reale</italic>, in opposizione sia alla concezione kantiana – secondo cui la verit&#x00E0; &#x00E8; solo coscienza oggettiva – sia a quella di matrice tanto razionalista quanto idealista – secondo cui la verit&#x00E0; consisterebbe nell’affermazione logica, dipende strettamente dall’apprensione primordiale di realt&#x00E0;, e rappresenta uno dei maggiori punti di novit&#x00E0; della filosofia di Zubiri, determinando anche l’intero impianto concettuale del problema della verit&#x00E0; negli altri due modi di intellezione senziente: il <italic>logos</italic> e la ragione. Ma come si caratterizza tale verit&#x00E0; reale? In quanto verit&#x00E0; primaria e radicale dell’intelligenza senziente tale verit&#x00E0; reale, pur non aggiungendo nulla alla realt&#x00E0; in quanto tale, non si identifica con essa. &#x00C8; una specie di qualificazione intrinseca che trova il suo impianto nell’attualit&#x00E0;. Verit&#x00E0; &#x00E8;, allora, il fatto che le cose rimangono presenti nell’intellezione come reali. Verit&#x00E0; &#x00E8;, cos&#x00EC;, ultimamente <italic>ratifica</italic>: «Ecco la natura essenziale della verit&#x00E0; reale: il reale sta “ne” l’intellezione, e questo “in” &#x00E8; ratifica» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 333). </p>

			<p>Tale concetto di ratifica, secondo Zubiri, &#x00E8; di estrema rilevanza poich&#x00E9; approfondisce la distanza tra un’idea di verit&#x00E0; in quanto riferita a quanto di una cosa reale si concepisce o si afferma, e l’idea di una <italic>verit&#x00E0; reale</italic> originaria, tale solo in quanto attualizza il reale in quanto tale. &#x00C8; questa l’idea di una verit&#x00E0; <italic>semplice</italic>, una verit&#x00E0; con la quale non si fuoriesce dal reale verso un concetto, verso un’affermazione o verso una ragione<xref ref-type="fn" rid="NOTE3">3</xref>. </p>

			<p>La verit&#x00E0; reale partecipa della tripartizione della realt&#x00E0; distinguendosi anch’essa in tre dimensioni – la ricchezza, il che cosa e la stabilit&#x00E0; – da cui dipendono i modi attraverso cui pu&#x00F2; dirsi la verit&#x00E0; stessa. La totalit&#x00E0; della realt&#x00E0;, infatti, si ratifica in ricchezza secondo una modalit&#x00E0; specifica che il filosofo spagnolo denomina manifestazione; mentre il che cosa dipende dalla ratificazione della coerenza della realt&#x00E0; secondo una modalit&#x00E0; denominata fermezza. Infine la realt&#x00E0; durevole si ratifica nella stabilit&#x00E0; secondo una modalit&#x00E0; propria, chiamata constatazione. Questi tre modi propri di ratifica – manifestazione, fermezza e constatazione – derivano poi, spiega Zubiri, direttamente dall’uso linguistico differente che la stessa idea di verit&#x00E0; ha assunto nelle pi&#x00F9; importanti lingue antiche, il greco, il latino e l’ebraico. E qui, come si vede, ritorna l’idea di una corrispondenza tra le varie tradizioni culturali e filosofiche. La radice del termine verit&#x00E0; costituisce, infatti, un’importante test per verificare l’attendibilit&#x00E0; delle tre modalit&#x00E0; con le quali la realt&#x00E0; viene ratificata: l’essere greco (<italic>es-</italic>), la certezza latina (<italic>uer-</italic>) e l’esser patente ebraico (<italic>la-dh-</italic>) rappresentano dal punto di vista linguistico quell’unica idea di verit&#x00E0; reale cui allude il filosofo. Ogni verit&#x00E0; reale, infatti, possiede indissolubilmente le tre dimensioni che sono congeneri come momenti strutturali della primaria attualizzazione di una cosa reale. &#x00C8; interessante, infine, annotare il fatto che tale momento veritativo di ratifica costituisce proprio la forza della realt&#x00E0; nell’intellezione. La <italic>verit&#x00E0; reale</italic> essendo mera attualizzazione del reale non &#x00E8; un processo che ha come punto di partenza colui che apprende, bens&#x00EC; la cosa reale che ci possiede con la sua forza d’imposizione. Non siamo noi a possedere la <italic>verit&#x00E0; reale</italic>, ma il contrario: «la verit&#x00E0; reale ci ha posseduto per la forza della realt&#x00E0;» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 343). Tale possesso rappresenta la struttura formale dell’intellezione, tanto che da esso dipende ogni ulteriore modo di intellezione in quanto “trascinamento” dalla <italic>verit&#x00E0; reale</italic>. </p>

			<p>Il giudizio affermativo, l’evidenza, di ci&#x00F2; che una cosa &#x00E8; “in realt&#x00E0;” conferisce all’intellezione del <italic>logos</italic> senziente il suo carattere veritativo. Ovviamente, occorrer&#x00E0; da subito chiarire e distinguere opportunamente il campo di tale verit&#x00E0; rispetto a quella verit&#x00E0; reale gi&#x00E0; introdotta e analizzata a partire dall’apprensione primordiale di realt&#x00E0;. Se per Zubiri il problema della verit&#x00E0; pu&#x00F2; essere esaminato solo a partire dalle attualizzazioni nell’intellezione della realt&#x00E0; e, quindi, a partire dai due tipi di apprensione possibili, quella primordiale e quella duale, allora, a ogni tipo di attualizzazione corrisponder&#x00E0; un tipo di verit&#x00E0;: se alla semplice attualizzazione della cosa nell’intelligenza senziente corrisponde la verit&#x00E0; reale, allora alla ri-attualizzazione del <italic>logos</italic> corrisponde un tipo di verit&#x00E0; distinto, che Zubiri denomina <italic>verit&#x00E0; duale</italic>. </p>

						<disp-quote><p>«Quando l’attualizzazione &#x00E8; immediata, la sua intellezione ha ci&#x00F2; che abbiamo chiamato verit&#x00E0; reale: la ratifica formale del reale in e per se stesso. E questa verit&#x00E0;, dicevo, &#x00E8; semplice. Ma quando l’attualizzazione &#x00E8; mediata, allora il reale rende vera [<italic>verdadea</italic>] l’affermazione non come pura e semplice realt&#x00E0;, ma in quanto tale realt&#x00E0; tra altre. Nel rendere vero [<italic>verdadear</italic>] il reale in questo modo differenziale consiste formalmente l’altro tipo di verit&#x00E0;: la verit&#x00E0; duale» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 723). </p></disp-quote>

			<p>La verit&#x00E0; duale consiste, dunque, nel rendere vera una cosa “tra” altre, nel ri-attualizzare in distanza la cosa, gi&#x00E0; appresa come reale. Il carattere proprio della verit&#x00E0; duale &#x00E8;, pertanto, quello della <italic>coincidenzialit&#x00E0;</italic>.  Una coincidenza che non rimanda in nessun modo al significato tradizionale di adeguamento, ma al fatto che ogni intellezione del <italic>logos</italic> attualizza il “tra” della cosa reale come coincidenza di intellezione e realt&#x00E0;. L’intellezione del <italic>logos</italic> &#x00E8;, cos&#x00EC;, attualit&#x00E0; coincidenziale. Questa non &#x00E8; formalmente verit&#x00E0;, bens&#x00EC; ambito di verit&#x00E0;, tanto che all’interno della stessa attualit&#x00E0; coincidenziale oltre alla verit&#x00E0; duale si costituisce anche l’errore. </p>

			<p>Oltre ad avere nella coincidenzialit&#x00E0; il suo carattere proprio, la verit&#x00E0; duale ha anche una sua struttura complessa perch&#x00E9;, come scrive Zubiri, «la coincidenza &#x00E8; il carattere di un’intellezione che “giunge” a coincidere precisamente perch&#x00E9; “colma” la distanza tra i due termini coincidenti: tra l’intellezione affermativa, e ci&#x00F2; che la cosa gi&#x00E0; appresa come reale &#x00E8; in realt&#x00E0;» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 723). &#x00C8; questo un punto chiave di tutta l’analisi zubiriana. La struttura della verit&#x00E0; duale &#x00E8; formalmente dinamica, poich&#x00E9; a differenza della verit&#x00E0; reale che si ha o non si ha, alla verit&#x00E0; duale si giunge o non si giunge in coincidenza. Tale struttura dinamica si articola in tre aspetti denominati struttura media, direzionale e formale. </p>

			<p>Il mezzo &#x00E8; ci&#x00F2; che permette la coincidenza tra l’affermazione e la cosa ulteriormente attualizzata, e, pertanto, non pu&#x00F2; intendersi come un terzo termine che si pone in relazione tra loro, poich&#x00E9; sarebbe eterogeneo sia all’intellezione che alla realt&#x00E0; e non porterebbe alla coincidenza se non casualmente o in modo estrinseco. Allora il mezzo di coincidenza della verit&#x00E0; duale non pu&#x00F2; che essere la dimensione campale con cui rimane attualizzata la cosa reale, rappresenta quella “in realt&#x00E0;” che costituisce il campo. In questo modo il mezzo non &#x00E8; solo qualcosa che permette la coincidenza con il reale, bens&#x00EC; &#x00E8; costitutivamente qualcosa che appartiene a tale coincidenza. </p>

			<p>Il movimento intellettivo, tuttavia, che trascorre nel mezzo non &#x00E8; per&#x00F2; da esso univocamente determinato. &#x00C8;, infatti, un movimento che ha una precisa struttura direzionale: «andiamo “verso” quella cosa, ma “da” altre» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 735). Il dinamismo dell’intellezione si compie in un percorso “da-verso” in cui i due terminali sono in qualche modo fissati: «il “verso” &#x00E8; ci&#x00F2; che la cosa che si vuole intelligire &#x00E8; in realt&#x00E0;, e il “da” sono le cose in funzione delle quali si va a intelligire affermativamente la prima» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 735). Tuttavia, la direzione dell’intellezione non &#x00E8; uniformemente e univocamente determinata, innanzitutto per il costituirsi stesso della direzione in quanto “sarebbe” e, in secondo luogo, per il fatto che ci&#x00F2; che la cosa &#x00E8; in realt&#x00E0; si presenta come esigenza: la coincidenza della direzione in quanto “sarebbe” e l’esigenza rappresenta il costituirsi nella verit&#x00E0; duale di ci&#x00F2; che pu&#x00F2; chiamarsi rettitudine: «La coincidenza in quanto “coincidenza di direzione e di esigenza” ha il momento formale di rettitudine. Questo &#x00E8;, a mio modo di vedere, il concetto rigoroso di rettitudine» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 735). Non &#x00E8; difficile osservare che tale concetto di rettitudine non si identifica con la verit&#x00E0; <italic>tout court</italic>; anzi, la verit&#x00E0; reale non pu&#x00F2; essere in alcun modo definita come “verit&#x00E0; retta”. La rettitudine rappresenta, invece, un momento intrinseco al processo intellettivo nel quale si concretizza il carattere direzionale dell’intellezione campale, del <italic>logos</italic>, senza – peraltro – garantirne il successo. Al contrario, ci&#x00F2; che garantisce la rettitudine &#x00E8; la dinamicit&#x00E0; strutturale dell’intellezione affermativa: il fatto cio&#x00E8; che l’affermazione non sia in nessun modo statica, bens&#x00EC; costitutivamente sia un movimento intellettivo, la cui direzionalit&#x00E0; &#x00E8; polivalente. </p>

			<p>La polivalenza direzionale costituisce un ultimo momento del movimento direzionale del “da-verso”. Tale concetto di polivalenza non esprime il fatto che a partire da un unico punto di partenza vi siano o possano esserci differenti cammini conformi alla semplice apprensione per la quale si &#x00E8; optato, bens&#x00EC; esprime la polivalenza all’interno della direzionalit&#x00E0; della verit&#x00E0; duale. Cos&#x00EC; esemplifica Zubiri: </p>

						<disp-quote><p>«Per intelligire ci&#x00F2; che &#x00E8; in realt&#x00E0; un uomo, posso partire dagli esseri a s&#x00E9; affini nella scala zoologica, ma qui si apre una pluralit&#x00E0; di direzioni: posso andare nella direzione della fonazione, posso andare nella direzione dell’esser bipede, o posso andare nella direzione del raggruppamento; nel primo caso l’uomo sar&#x00E0; in realt&#x00E0; l’animale locuente, nella seconda direzione sar&#x00E0; l’animale bipede (quanto meno per eccellenza), nella terza direzione sar&#x00E0; l’animale sociale, ecc., ecc. In questo fascio di direzioni io mi muovo all’interno di una di esse secondo una mia opzione, ancorato certamente nella ricchezza dell’intelligito, ma in una direzione determinata soltanto da una mia opzione. Questa <italic>pluralit&#x00E0;</italic> di direzioni non &#x00E8; tuttavia ci&#x00F2; che io chiamo <italic>polivalenza</italic> direzionale. Valenza &#x00E8; la qualit&#x00E0; della coincidenza in ordine alla verit&#x00E0;. Polivalenza consiste nel fatto che queste qualit&#x00E0;, queste valenze, possono essere diverse <italic>all’interno</italic> di ogni direzione» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, pp. 741-743). </p></disp-quote>

			<p>Come &#x00E8; possibile una tale polivalenza all’interno del concetto di verit&#x00E0;? &#x00C8; chiaro che qui non si tratta della verit&#x00E0; reale, ma di quella verit&#x00E0; duale cui si giunge in un modo o in un altro all’interno del movimento intellettivo dell’affermazione. Tale polivalenza &#x00E8; dovuta al fatto che l’affermazione rappresenta il ri-attualizzarsi della cosa gi&#x00E0; appresa in apprensione primordiale, e questa ri-attualizzazione non &#x00E8; una semplice ripetizione della prima attualizzazione, ma un vero e nuovo modo di attualit&#x00E0;. Se l’attualit&#x00E0; primaria consiste nella realt&#x00E0; pura e semplice, l’attualit&#x00E0; nell’affermazione &#x00E8; un’attualit&#x00E0; distanziata ed esigita in una determinata direzione: quest’attualit&#x00E0; &#x00E8; ci&#x00F2; che costituisce formalmente il “sembrare”: </p>

						<disp-quote><p>«sembrare [in primo luogo] &#x00E8; un’attualit&#x00E0; della cosa reale: &#x00E8; la cosa reale nella sua propria realt&#x00E0; che &#x00E8; attualizzata come sembrare. Non &#x00E8; sembrare realt&#x00E0;, ma <italic>realt&#x00E0; nel sembrare</italic>. E in secondo luogo, &#x00E8; attualit&#x00E0; in “direzione”. […] Perch&#x00E9;, secondo quanto abbiamo visto, “sarebbe” &#x00E8; formalmente direzione. […] Il sembrare, dunque, non &#x00E8; solo attualit&#x00E0; direzionale ma attualit&#x00E0; in direzione “determinata”. In terzo luogo, &#x00E8; un’attualit&#x00E0; della cosa reale in quanto questa esige nella sua attualit&#x00E0;, tanto inclusivamente quanto esclusivamente, determinati “sarebbe”. […] Riunendo adesso unitariamente questi tre momenti in una sola formula, dico che sembrare &#x00E8; l’attualit&#x00E0; esigenziale del reale in una direzione determinata» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, pp. 745-747). </p></disp-quote>

			<p>Ogni affermazione e, pertanto, ogni giudizio &#x00E8; costituito da questa attualit&#x00E0; della cosa che &#x00E8; il sembrare, tanto che si pu&#x00F2; dire che il giudizio sia «l’<italic>&#x00F3;rganon</italic> formale del sembrare» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 749). Il giudizio, tra l’altro, si attua anche nella scelta della direzione nella quale si vuole andare: l’affermazione si converte, cos&#x00EC;, da direzione in via, via di affermazione, opzione nella quale si compie un discernimento, un giudizio, un <italic>kr&#x00ED;nein</italic>. La via di affermazione &#x00E8;, dunque, formalmente via “optativa” e ha, in ordine alla verit&#x00E0;, tre differenti valenze, o qualit&#x00E0;. </p>

			<p>La prima valenza &#x00E8; ci&#x00F2; che Zubiri denomina <italic>parit&#x00E0;</italic>. Se in ogni affermazione vi sono da una parte la semplice apprensione e dall’altra l’attualizzazione di ci&#x00F2; di cui si afferma, allora &#x00E8; necessario che vi sia tra loro una qualche omogeneit&#x00E0;, nella linea della coincidenza. Se non vi fosse parit&#x00E0;, tra la direzione della semplice apprensione e le esigenze del reale non si avrebbe n&#x00E9; coincidenza n&#x00E9;, tanto meno, rettitudine, ma si incorrerebbe in ci&#x00F2; che pu&#x00F2; denominarsi “sproposito”. </p>

			<p>La valenza della parit&#x00E0;, per&#x00F2;, non &#x00E8; sufficiente da sola: occorre, secondo Zubiri, un secondo livello di qualit&#x00E0; in ordine alla verit&#x00E0; che dica qualcosa non solo in merito al fatto che non si incorra in uno sproposito, ma rispetto anche al suo significato. La seconda valenza &#x00E8; il “senso”. Il senso &#x00E8; quella valenza della verit&#x00E0; per la quale il movimento affermativo ricade all’interno delle possibili esigenze dell’oggetto di cui si afferma. Contrariamente la direzione cadrebbe nel vuoto, in un vuoto che avrebbe due aspetti differenti: un senza-senso e un contro-senso. </p>

			<p>Infine vi &#x00E8; un terzo livello di valenza che &#x00E8; costituito dalla coincidenza di ci&#x00F2; che sembra essere e di ci&#x00F2; che la cosa reale &#x00E8; in realt&#x00E0;. &#x00C8; la dualit&#x00E0; della verit&#x00E0; che necessita l’attualit&#x00E0; coincidenziale del sembrare e della realt&#x00E0;; anzi sembrare ed essere reale, in qualche modo, non si giustappongono tra loro ma si fondono l’uno nell’altro. La questione, per&#x00F2;, &#x00E8; stabilire in che modo avviene tale attualit&#x00E0; unitaria: vi sono, cio&#x00E8;, due possibili coincidenze: </p>

						<disp-quote><p>«O ci&#x00F2; che la cosa reale &#x00E8; in realt&#x00E0; fonda ci&#x00F2; che sembra esserlo, oppure ci&#x00F2; che sembra esserlo fonda ci&#x00F2; che la cosa reale &#x00E8; in realt&#x00E0;. In ambedue i casi, ripeto insistentemente perch&#x00E9; &#x00E8; essenziale, vi &#x00E8; attualit&#x00E0; coincidenziale. Ma la caratteristica di questa coincidenza intellettiva &#x00E8; nei due casi essenzialmente distinta. Nel primo caso, diciamo che l’intellezione affermativa nella sua attualit&#x00E0; coincidenziale ha questa caratteristica che chiamiamo verit&#x00E0;. Nel secondo caso, vi &#x00E8; anche attualit&#x00E0; coincidenziale, ma la sua caratteristica &#x00E8; quella che chiamiamo <italic>errore</italic>. […]<italic> </italic>La via della verit&#x00E0; &#x00E8; la via secondo cui &#x00E8; il reale ci&#x00F2; che fonda il sembrare. La via dell’errore &#x00E8; la via secondo cui il sembrare fonda la realt&#x00E0;: la realt&#x00E0; &#x00E8; ci&#x00F2; che ci sembra» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 759). </p></disp-quote>

			<p>L’attualit&#x00E0; pu&#x00F2;, dunque, realizzarsi dando preminenza o alle esigenze del reale o subordinando a queste l’attualizzazione del sembrare, incorrendo, per&#x00F2;, in due opposte coincidenze. Entrambi i modi sono attualizzazione e si muovono all’interno dell’ambito della verit&#x00E0; reale, ma mentre nella via della verit&#x00E0; il sembrare &#x00E8; fondato in ci&#x00F2; che la cosa &#x00E8; in realt&#x00E0;, nella via dell’errore si devia da questo fondamento costitutivo. Essa &#x00E8; s&#x00EC; attualit&#x00E0; coincidenziale, ma attualit&#x00E0; falsificata, e la falsificazione consiste nel fatto di prendere il sembrare come realt&#x00E0;. </p>

			<p>Tutto il percorso che Zubiri compie all’interno della struttura dinamica del <italic>logos</italic> conduce a porre la questione di cosa sia la struttura dinamica formale della verit&#x00E0;. La complessa dottrina della verit&#x00E0; duale porta a stabilire che la verit&#x00E0; non &#x00E8; qualcosa di staticamente determinato, ma qualcosa che “accade”: «La verit&#x00E0; accade nell’attualit&#x00E0; intellettiva di ci&#x00F2; che una cosa reale &#x00E8; in realt&#x00E0;» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 771). Cosa significa accadere? Nella frase esemplificativa “questa carta &#x00E8; bianca” non si afferma soltanto che il bianco sta nella carta, cio&#x00E8; non si constata il fatto che fisicamente questa carta possiede bianchezza, ma si pone l’intellezione affermativa del fatto che questa carta &#x00E8; bianca, cio&#x00E8; l’affermazione concerne la modalit&#x00E0; con cui si giunge all’essere della verit&#x00E0;, come arriva ad “accadere l’attualit&#x00E0; intellettiva della bianchezza in questa carta. Se ci si fermasse alla prima considerazione noi potremmo soltanto constatare il bianco nella carta, senza considerare la verit&#x00E0; dell’accadere intellettivo del bianco nella stessa carta. La verit&#x00E0; non &#x00E8; mai qualcosa di statico, ma «qualcosa che costitutivamente “accade”» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 771). L’accadere, cos&#x00EC;, esprime certamente il carattere dinamico di ogni attualizzazione, realizzando l’attualit&#x00E0; del reale come sembrare, attraverso due momenti, che Zubiri denomina “fasi della verit&#x00E0;”. Nella frase su citata, infatti, si hanno due momenti affermativi: da una parte si afferma la realizzazione del bianco, cio&#x00E8; si afferma che una semplice apprensione, un “sarebbe”, &#x00E8; ora reale; dall’altra si afferma che la realizzazione del bianco accade in questa carta, cio&#x00E8; si afferma che la realt&#x00E0; del bianco si stabilisce come reale in questa carta. Questi due aspetti dell’affermazione costituiscono due fasi della verit&#x00E0; tra loro essenzialmente differenti.</p>

			<p>La prima fase dell’accadere della verit&#x00E0; consiste nel fatto di affermare la realizzazione di una semplice apprensione: “bianco” &#x00E8; una semplice apprensione e la sua realizzazione consiste nella sua attualizzazione indipendentemente dal fatto che lo sia in una specifica carta. Si stabilisce, cos&#x00EC;, una coincidenza del reale attuale con una semplice apprensione che Zubiri denomina autenticit&#x00E0;. &#x00C8; la prima fase della verit&#x00E0;: «l’autenticit&#x00E0; &#x00E8; l’attualit&#x00E0; coincidenziale come conformit&#x00E0; del reale con la mia semplice apprensione» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>,  p. 779). L’autenticit&#x00E0; corrisponde, dunque, non tanto a un carattere del bianco  come realt&#x00E0;, ma alla sua attualit&#x00E0; intellettiva; al fatto, cio&#x00E8;, che corrisponda la sua attualit&#x00E0; con la semplice apprensione, con “l’idea” che ho del bianco. Cosa comporta questa corrispondenza? Diciamo che una cosa &#x00E8; autentica quando nella sua attualit&#x00E0; intellettiva realizza tutti i caratteri compresi nella semplice apprensione della cosa stessa, vale a dire, quando vi &#x00E8; una conformit&#x00E0; di ci&#x00F2; che &#x00E8; attualizzato con la sua semplice apprensione. Nell’autenticit&#x00E0; vi &#x00E8; s&#x00EC; la semplice apprensione, il “sembrare”, ma tale sembrare &#x00E8; fondato nella realt&#x00E0; di ci&#x00F2; che &#x00E8; attualizzato: l’autenticit&#x00E0; conforme &#x00E8; la coincidenza del sembrare con l’essere reale. Pu&#x00F2;, per&#x00F2;, accadere anche il contrario: si pu&#x00F2; prendere qualcosa per come sembra esserlo, o meglio, per come sarebbe in apparenza, e questo determinerebbe il <italic>falsum</italic> dell’attualit&#x00E0; intellettiva del reale. &#x00C8; falso non rispetto alla mera realt&#x00E0;, che in quanto tale non pu&#x00F2; mai essere n&#x00E9; vera n&#x00E9; falsa, ma rispetto all’intellezione del <italic>logos</italic> che stabilisce una conformit&#x00E0; laddove vi &#x00E8; solo discrepanza o deformit&#x00E0; con la semplice apprensione e, quindi, privazione di autenticit&#x00E0;.</p>

			<p>Passiamo, ora, alla seconda fase. &#x00C8; la fase della verit&#x00E0; in cui si afferma che il predicato (il bianco) &#x00E8; autenticamente ci&#x00F2; che apprendiamo nella cosa reale (questa carta). Anche qui, dunque, la coincidenza &#x00E8; una conformit&#x00E0;, ma di segno differente. Mentre, infatti, nella prima fase la conformit&#x00E0; era tra ci&#x00F2; che &#x00E8; attualizzato con la semplice apprensione, qui la conformit&#x00E0; si stabilisce tra la cosa reale e la sua intellezione affermativa. Nell’autenticit&#x00E0; era il bianco che si misurava con la semplice apprensione del bianco, il reale nel suo sembrare si misurava con l’“idea”; qui, invece, nell’intellezione affermativa il “sembrare” cerca di misurarsi con la realt&#x00E0;. Una tale conformit&#x00E0; viene denominata da Zubiri conformit&#x00E0; di intellezione affermativa o, meglio, conformit&#x00E0; di giudizio: &#x00E8; una conformit&#x00E0; nella quale «quello che intelligisce l’intellezione nella sua intenzione affermativa, lo intelligisce come trovandosi <italic>realizzato</italic> nella cosa reale attualizzata» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 781). Non si tratta, dunque, n&#x00E9; dell’affermazione di un giudizio – questa carta &#x00E8; bianca – n&#x00E9; del fatto che effettivamente “questa carta &#x00E8; bianca”, bens&#x00EC; si tratta di qualcosa di pi&#x00F9;: «del fatto che formalmente ed espressamente ci&#x00F2; che io affermo &#x00E8; la realizzazione stessa» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 783).  La conformit&#x00E0; di giudizio, dunque, afferma la realizzazione del predicato nella cosa di cui si giudica. &#x00C8;, come dice Zubiri, «una realizzazione formalmente affermata» ed &#x00E8;, anche, «l’affermazione di una realizzazione» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 785). La conformit&#x00E0; di giudizio attua, cos&#x00EC;, la verit&#x00E0; nel senso di verit&#x00E0; del giudizio. </p>

			<p>Una volta esaminate le due fasi nella loro diversit&#x00E0;, occorrer&#x00E0; affrontare la questione della loro unit&#x00E0;, cio&#x00E8; dell’unit&#x00E0; fasica della verit&#x00E0; duale. Secondo Zubiri, l’essenza unitaria delle due fasi &#x00E8; nell’essere conformit&#x00E0; in un dinamismo che va dall’autenticit&#x00E0; del predicato alla sua realizzazione nel soggetto gi&#x00E0; reale. &#x00C8; questo l’accadere della verit&#x00E0; duale come conformit&#x00E0;. Una conformit&#x00E0;, pertanto, fortemente dinamica, in continuo movimento, tanto che non &#x00E8; possibile identificarla con il termine adeguamento. Per Zubiri ogni adeguamento &#x00E8; certamente conformit&#x00E0;, ma non ogni conformit&#x00E0; &#x00E8; adeguamento. L’adeguamento corrisponde a una pienezza assoluta della conformit&#x00E0; che non si d&#x00E0; nella realt&#x00E0;. Nel dire, infatti, “questa carta &#x00E8; bianca” si dice qualcosa di conforme a questa carta, senza che si esprima adeguatamente il colore bianco di questa carta. L’adeguamento &#x00E8;, pertanto, un processo che pu&#x00F2; darsi solo in un mondo ideale, non in ci&#x00F2; che &#x00E8; “in realt&#x00E0;”; &#x00E8; un processo graduale nel quale da una parte la conformit&#x00E0; si fa, via via, pi&#x00F9; adeguata, e dall’altra la verit&#x00E0; nel suo movimento si dirige in modo determinato e stabilisce un approccio (<italic>enfoque</italic>) verso l’adeguamento. </p>

						<disp-quote><p>«Questo – spiega Zubiri – significa non che la realt&#x00E0; &#x00E8; tale come io l’affermo, ma che anche essendolo, tuttavia, la conformit&#x00E0; stessa &#x00E8; come l’indice di un cammino, la cui verit&#x00E0; consiste nel fatto che se lo percorressimo totalmente avremmo trovato l’adeguamento che si cerca» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 801). </p></disp-quote>

			<p>Ogni conformit&#x00E0; rappresenta, cos&#x00EC;, una fase verso l’adeguamento. La natura della struttura dinamica della verit&#x00E0; duale &#x00E8;, allora, una direzione verso l’adeguamento, &#x00E8; un indice verso ci&#x00F2; che accade<xref ref-type="fn" rid="NOTE4">4</xref>. L’intellezione affermativa “questa carta &#x00E8; bianca” costituisce una conformit&#x00E0; che gradualmente indica un remoto adeguamento in lontananza. Di qui il fatto che ogni giudizio, ogni verit&#x00E0; duale &#x00E8; strutturalmente approssimazione: un’approssimazione graduale al reale e un’approssimazione a ci&#x00F2; che deve essere una verit&#x00E0; adeguata. L’intera opera del sapere umano &#x00E8;, per questo, un’approssimazione intellettiva alla realt&#x00E0;. </p>

			<p>L’analisi di Zubiri porta con s&#x00E9; alcune conseguenze importanti che occorre segnalare. Innanzitutto, il fatto che ogni nostra verit&#x00E0; concreta, cos&#x00EC; come ogni errore, &#x00E8; sempre parziale ci pone nella condizione di farci la domanda della parzialit&#x00E0; rispetto a cosa. Ed &#x00E8; chiaro che la parzialit&#x00E0; della verit&#x00E0; gioca il suo ruolo rispetto all’ambito primario della verit&#x00E0; reale. &#x00C8; da questo ambito, tra l’altro, che sorge e si sviluppa l’ulteriore attualit&#x00E0; del <italic>logos</italic>. Il processo intellettivo all’interno del campo di realt&#x00E0; ha origine da una distanza rispetto all’originaria ricchezza dell’apprensione primordiale di realt&#x00E0;. L’opzione per una semplice apprensione a partire da ci&#x00F2; che la verit&#x00E0; reale di una cosa suggerisce &#x00E8; sempre una semplificazione: quando si afferma che una cosa ha un certo colore la si sta apprendendo secondo una delle tantissime possibilit&#x00E0; di note reali della cosa stessa. Tra l’altro, la parzialit&#x00E0; della semplice apprensione non si supera sommando a questa un’infinit&#x00E0; di altre semplici apprensioni. L’adeguamento non pu&#x00F2; intendersi come la somma di conformit&#x00E0; parziali, poich&#x00E9; esiste all’interno di ogni affermazione pi&#x00F9; realt&#x00E0; di quanta la stessa affermazione sia capace di affermare. </p>

			<p>In secondo luogo, dire che la verit&#x00E0; duale &#x00E8; di per s&#x00E9; parziale non significa relativizzare alcunch&#x00E9;. Del resto una relativizzazione avrebbe senso all’interno di un discorso di verit&#x00E0; assoluta, cosa che non corrisponde in alcun modo al filosofare di Zubiri: parlare di verit&#x00E0; assoluta significherebbe poi, prima di tutto, discutere di un’intelligenza assoluta che, in quanto assoluta, sarebbe priva di <italic>logos</italic><xref ref-type="fn" rid="NOTE5">5</xref>. Il carattere senziente dell’intellezione non &#x00E8; n&#x00E9; un difetto n&#x00E9; una perfezione: &#x00E8; semplicemente un fatto indiscusso sul quale si origina ogni ulteriore apprensione, compresa quella del <italic>logos</italic> che permette di attualizzare le cose “in realt&#x00E0;”. E anche la verit&#x00E0; reale non pu&#x00F2; essere considerata come verit&#x00E0; in s&#x00E9; assoluta, a meno che non si consideri assoluto il suo carattere originario.</p>

			<p>Da questa posizione di parzialit&#x00E0;, di incompletezza, di finitudine si apre l’orizzonte ultimo della verit&#x00E0; nella ragione che si presenta, innanzitutto, come <italic>incontro</italic>. Riprendendo il <italic>De trinitate</italic> di Agostino, Zubiri afferma:</p>

						<disp-quote><p>«Ricerchiamo come ricercano coloro che tuttora non hanno incontrato, e incontriamo come incontrano coloro che tuttora devono cercare, poich&#x00E9; quando l’uomo ha terminato qualcosa, non ha fatto altro se non cominciare» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 1235). </p></disp-quote>

			<p>Perch&#x00E9; questo recupero della nozione agostiniana? Cosa ci vuole indicare Zubiri? Innanzitutto, credo, rendere esplicita non solo la radicale limitazione della conoscenza umana, ma anche esprimere il carattere formale di tutto il conoscere che incontra la verit&#x00E0; nel suo cammino di ricerca. «L’intellezione razionale incontra la realt&#x00E0; che coincide o non coincide con quell’abbozzo di possibilit&#x00E0;» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 1230) che gli &#x00E8; dato dall’esperienza, e in questo incontro si compie la verit&#x00E0; razionale, una verit&#x00E0; appunto come incontro. Ma cosa significa incontro, qual &#x00E8; la specificit&#x00E0; della verit&#x00E0; della ragione?</p>

			<p>La verit&#x00E0; reale &#x00E8;, come si &#x00E8; visto nel capitolo terzo, la forma primaria di verit&#x00E0;: &#x00E8; lo star presente, l’attualizzazione del reale nell’intellezione. Mentre nel <italic>logos</italic> si &#x00E8; dato un altro modo di verit&#x00E0;, la verit&#x00E0; duale, che non consisteva nell’attualizzazione del reale bens&#x00EC; nella sua coincidenza. Una coincidenza che nel caso della semplice apprensione portava all’autenticazione, mentre nel caso del giudizio all’affermazione del vero che Zubiri denomina <italic>veridictancia</italic>. Ora, nell’intellezione razionale non si &#x00E8; pi&#x00F9; di fronte a un’attualizzazione, n&#x00E9; a una coincidenza: «Non &#x00E8; lo stesso intelligire ci&#x00F2; che qualcosa &#x00E8; “in realt&#x00E0;” e ci&#x00F2; che qualcosa &#x00E8; “nella realt&#x00E0;”». L’intellezione razionale mira a conoscere in una continua ricerca, e non sarebbe conoscenza se non ricercasse incontrando sempre ci&#x00F2; che si &#x00E8; cercato in quanto principio per una ricerca ulteriore. L’incontro conduce, dunque, alla verifica di ci&#x00F2; che si &#x00E8; indagato, se esso corrisponda o meno a ci&#x00F2; che si cercava, tanto che si pu&#x00F2; parlare di verit&#x00E0; razionale solo nei termini di una <italic>verificazione</italic><xref ref-type="fn" rid="NOTE6">6</xref>.  </p>

			<p>Cosa significa verificare? La verificazione &#x00E8;, innanzitutto, l’incontro di ci&#x00F2; che si cercava, del fondamento del reale campale in un abbozzo di possibilit&#x00E0;. In questo modo l’incontro non rappresenterebbe una semplice constatazione ma sarebbe il compimento dell’abbozzato: </p>

						<disp-quote><p>«Verificare &#x00E8; incontrare il reale, &#x00E8; un compimento di ci&#x00F2; che abbiamo abbozzato che il reale potrebbe essere: in questo incontro e in questo compimento si fa attuale (<italic>facere</italic>) il reale nell’intellezione (<italic>verum</italic>). E in questo consiste la “veri-ficazione”» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 1276). </p></disp-quote>

			<p>Il <italic>facere</italic>, dunque, della verificazione non designa tanto l’attuazione di qualcosa quanto un’attualizzazione, un’attualizzazione che si costituisce come attivit&#x00E0; intellettiva. E tuttavia, tale verificazione, lungi dall’essere un momento di staticit&#x00E0; e di fissit&#x00E0; dell’intelligenza, &#x00E8; sempre aperta, sempre dinamica: verificare &#x00E8; sempre un “andare verificando”, e questo andare &#x00E8; ci&#x00F2; che costituisce l’esperienza, non una mera constatazione di un fatto. Questo andare verificando, questa dinamica della verifica assume, poi, un carattere preciso: &#x00E8; una verificazione <italic>in prova</italic><xref ref-type="fn" rid="NOTE7">7</xref>. La prova &#x00E8;, come sappiamo, un modo di intellezione del reale; pertanto la prova della realt&#x00E0; ci d&#x00E0; la realt&#x00E0; in quanto “realt&#x00E0; provata”. La ragione si muove all’interno di questa dinamica provando l’adeguazione della verificazione. In questo modo, la verificazione si attua soltanto nel verificare nell’esperienza quale sia il compimento dell’abbozzato, non nel verificare che la ragione addotta sia l’unica vera ragione possibile<xref ref-type="fn" rid="NOTE8">8</xref>. </p>

			<p>Tutte le verit&#x00E0; razionali si inseriscono, infine, in un ordine rigoroso poich&#x00E9; ogni forma di realt&#x00E0; &#x00E8; costitutivamente rispettiva. Ogni realt&#x00E0; mondana quando &#x00E8; molteplice rinvia nel suo stesso carattere di realt&#x00E0; ad altre forme di realt&#x00E0;: nessuna forma &#x00E8; la sua forma di realt&#x00E0;, ma lo &#x00E8; rispettivamente ad un’altra. Allo stesso modo, ogni verit&#x00E0; razionale rinvia ad altre verit&#x00E0; razionali, all’interno di un ordine che non &#x00E8; meramente additivo, ma formale e costitutivo, presentandosi come un sistema<xref ref-type="fn" rid="NOTE9">9</xref>. </p>

			<p>La verit&#x00E0;, dunque, consiste sempre per Zubiri nell’attualizzazione del reale nell’intellezione. In questo senso vi sono due forme essenziali di verit&#x00E0; corrispondentemente alle due modalit&#x00E0; di attualizzazione del reale: la verit&#x00E0; reale, o semplice, e la verit&#x00E0; duale, o coincidenziale, la quale adotta alcune forme tra cui la verificazione propria della verit&#x00E0; razionale. La verificazione, poi, coinvolge al suo interno due aspetti essenziali, l’incontro e il compimento, che da una parte rappresentano ognuno momenti differenti della verit&#x00E0; razionale esprimendo un proprio carattere, dall’altra la loro unit&#x00E0; costituisce la natura intrinseca della stessa verit&#x00E0; razionale.</p>

			<p>La verificazione come incontro implica certamente una certa conformit&#x00E0; con il reale, ma in un modo nuovo rispetto alla verit&#x00E0; duale; si tratta di una conformit&#x00E0; nel senso di “confermazione”. La verit&#x00E0; razionale, infatti, non si configura nella conformit&#x00E0; dell’affermato con il reale – cosa che spettava appunto alla verit&#x00E0; duale nel suo rapporto con il <italic>logos</italic>, con l’affermazione o il giudizio – ma consiste nella confermazione dell’affermato per il reale. Non si deve, perci&#x00F2;, intendere la confermazione in quanto ratificazione di un’affermazione vera, ma in quanto essa d&#x00E0; fermezza al reale incontrato: non &#x00E8;, commenta Zubiri, «la ratificazione di una verit&#x00E0; ma la costituzione stessa della verit&#x00E0;» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 1279). L’affermazione si trasforma in confermazione, realizzando in tal modo l’incontro come verit&#x00E0;, come verit&#x00E0; logica. </p>

			<p>Ma la verificazione non &#x00E8; solo incontro, &#x00E8; anche compimento: </p>

						<disp-quote><p>«come compimento la verit&#x00E0; razionale ha un carattere differente, inseparabile dal precedente ma da esso distinto. Infatti, la verit&#x00E0; razionale come compimento &#x00E8; realizzazione di possibilit&#x00E0;» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 1289). </p></disp-quote>

			<p>La verit&#x00E0; razionale, dunque, come compimento si caratterizza in quanto attualizzazione di possibilit&#x00E0;, e questo in un duplice significato: da una parte, infatti, l’attualizzazione si realizza per la convergenza di due possibilit&#x00E0;, quella intellettiva e quella delle cose &#x00E8;, cio&#x00E8;, attuazione o realizzazione di un fatto; dall’altra, quando tra l’attualizzazione e la possibilit&#x00E0; sussiste un abbozzo di possibilit&#x00E0;, non si parla pi&#x00F9; di fatto ma di “avvenimento”, in quanto attualizzazione realizzata di possibilit&#x00E0;. Questo carattere costituisce, poi, per il filosofo spagnolo, il momento storico della verit&#x00E0; razionale; anzi, ogni intellezione razionale come compimento, cio&#x00E8; in quanto realizzazione di possibilit&#x00E0;, implica questo carattere di storicit&#x00E0;. Ed &#x00E8; un carattere, precisa Zubiri, non esterno alla stessa verit&#x00E0;. Dire che la verit&#x00E0; razionale &#x00E8; storica non significa soltanto affermare che ogni verit&#x00E0; ha storia, appartiene alla storia, bens&#x00EC; significa affermare un carattere che appartiene all’ordine dell’attualit&#x00E0;: «che la verit&#x00E0; razionale sia storica in quanto verit&#x00E0; consiste nel fatto che l’attualizzazione stessa del reale nell’intellezione &#x00E8; attualizzazione <italic>compiuta</italic>» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 1291). Dunque, la storicit&#x00E0; della verit&#x00E0; &#x00E8;, innanzitutto, una modalit&#x00E0; di attualizzazione e, come tale, appartiene all’ordine dell’intellezione.</p>

			<p>Da un lato, dunque, la verit&#x00E0; razionale, cio&#x00E8; la verificazione, ha un carattere di incontro ed &#x00E8; verit&#x00E0; logica, dall’altro ha carattere di compimento ed &#x00E8; verit&#x00E0; compiuta, verit&#x00E0; storica. Dunque, questa verit&#x00E0; &#x00E8; verit&#x00E0; logica e storica. Cosa implica questa “e”? Non si tratta – chiaramente – di una simultaneit&#x00E0; o di una successione tra verit&#x00E0;: la “e” non ha un semplice valore copulativo. Quando Zubiri afferma che la verit&#x00E0; razionale &#x00E8; logica e storica, vuole indicarne l’unit&#x00E0;, l’indivisibilit&#x00E0;: la verit&#x00E0; &#x00E8; all’unisono logica e storica. Ognuno dei due termini implica necessariamente e formalmente l’altro: «Vale a dire, la verit&#x00E0; razionale &#x00E8; logica storicamente (compiendo) ed &#x00E8; storica logicamente (incontrando)» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 1295). In questo consiste l’unit&#x00E0; intrinseca della verit&#x00E0; razionale, un’unit&#x00E0; che si manifesta nell’essere attualit&#x00E0;, nel modo di dare verit&#x00E0; (<italic>verdadear</italic>) al reale. E questa attualit&#x00E0;, questo modo di attualizzazione altro non &#x00E8; che l’attivit&#x00E0; pensante. L’unit&#x00E0;, cio&#x00E8; l’identit&#x00E0; del logico e dello storico, allora, altro non &#x00E8; che l’essenza della stessa ragione. Una ragione senziente che conosce la realt&#x00E0; in quanto problema, in quanto abbozzo indagante della misura del reale nel mondo della realt&#x00E0;. La ragione, che si muove sempre all’interno della realt&#x00E0;, consiste nel misurare la realt&#x00E0; delle cose, nell’attualizzare la realt&#x00E0; come problema. </p>

			<p>In questo modo, lungi dal potersi considerare la forma suprema di intellezione, la conoscenza razionale costituisce un modo di attualit&#x00E0; del reale, un modo di dare verit&#x00E0;, ed &#x00E8; per questo una modulazione dell’intelligenza senziente che deve la sua stessa intellezione, e quindi la sua verit&#x00E0;, a qualcosa che la precede: all’apprensione primordiale di realt&#x00E0;. La conoscenza &#x00E8;, cos&#x00EC;, «succedanea all’intellezione dell’apprensione primordiale» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 1307), essenzialmente inferiore a tale intellezione primaria, «e questo suo carattere di succedaneo consiste precisamente e formalmente nell’essere un’attualizzazione logico-storica della realt&#x00E0; attualizzata come problema» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, pp. 1307-1309).  </p>

			<p>Il compimento, cos&#x00EC;, della verit&#x00E0; razionale &#x00E8; costituito da una precedenza, da un qualcosa che lo precede, dalla verit&#x00E0; reale che &#x00E8; gi&#x00E0; in atto per l’apprensione primordiale. Per questo motivo il problema della ragione non &#x00E8; mai – come sottolinea Zubiri – quello di </p>

						<disp-quote><p>«verificare se &#x00E8; possibile che la ragione giunga alla realt&#x00E0;, ma proprio il contrario: in che modo occorre mantenerci nella realt&#x00E0; nella quale gi&#x00E0; stiamo. Non si tratta di giungere a essere nella realt&#x00E0;, ma di non uscire da essa» (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 1309).</p></disp-quote>

			<p>Volgendo alla conclusione, sembra essere utile introdurre alcune considerazioni pi&#x00F9; teoretiche e antropologiche. La possibilit&#x00E0; di attualizzazione di questa verificazione razionale dipende dagli incontri che all’uomo accadono durante la sua esistenza. Gi&#x00E0; da un punto di vista meramente biologico tali incontri si situano su tre generazioni attraverso le quali si d&#x00E0; forma concreta a quello che Zubiri chiama nelle sue lezioni su <italic>El hombre e la Verdad</italic>, il “carattere pubblico della verit&#x00E0;”<xref ref-type="fn" rid="NOTE10">10</xref>. E che la verit&#x00E0; sia pubblica &#x00E8; dovuto, innanzitutto, a un mero fatto biologico e naturale. Tale carattere sociale e pubblico della verit&#x00E0; si attua attraverso una “consegna” (<italic>entrega</italic>) tra le generazioni. Ma la consegna &#x00E8; un modo come un altro per denominare ci&#x00F2; che intendiamo quando parliamo di <italic>tradizione</italic>. Ma cos’&#x00E8; una tradizione? Una semplice trasmissione di concetti o fatti? Certamente non si avrebbe una tradizione senza trasmissione. Ma non si pu&#x00F2; dire che la tradizione dipenda soltanto dalla semplice trasmissione. C’&#x00E8; forse qualcosa di pi&#x00F9; originario, di pi&#x00F9; profondo. La tradizione consiste infatti nella storicit&#x00E0;. Una storicit&#x00E0; intesa non come un semplice trascorrere delle cose, perch&#x00E9; – in questo senso – non si avrebbe alcuna dimensione storica degli eventi. Vale a dire: la storicit&#x00E0; non pu&#x00F2; mai dipendere da ci&#x00F2; che passa, bens&#x00EC; da ci&#x00F2; che rimane. Ci&#x00F2; che chiamiamo, dunque, tradizione &#x00E8; una presenza che permane: non ci interessa la storia per se stessa ma in quanto &#x00E8; pervasa da qualcosa, che &#x00E8; appunto ci&#x00F2; che chiamiamo tradizione, la quale rimanendo ci facilita nella comprensione della nostra esistenza. Ci&#x00F2; che succede passa, tramonta, cos&#x00EC; come tutta la realt&#x00E0;. E la realt&#x00E0; nel suo accadere storico non &#x00E8; ci&#x00F2; che costituisce la tradizione. L’esemplificazione proposta da Zubiri &#x00E8;, per certi versi, illuminante: </p>

						<disp-quote><p>«quando il padre attua sul figlio per trasmettergli qualcosa, gli trasmette la verit&#x00E0;. Certamente, tuttavia, l’essenziale e l’importante non &#x00E8; questa verit&#x00E0; che gli trasmette, ma qualcosa di pi&#x00F9; profondo, che sono le possibilit&#x00E0; che questa verit&#x00E0; trasmessa apre». </p></disp-quote>

			<p>Ci&#x00F2; che la storicit&#x00E0; e, con essa, la tradizione favorisce &#x00E8; il riconoscimento di una serie di possibilit&#x00E0; reali ed effettive che esprimono il punto di inflessione nella storia della verit&#x00E0;. </p>

			<p>Tale prospettiva apre, poi, a due ultime notazioni finali. La tradizione non &#x00E8; mai una trasmissione automatica, cos&#x00EC; come stare nella realt&#x00E0; non &#x00E8; qualcosa di spontaneo. Come ci ricorda Maria Zambrano: «A <italic>stare</italic> [nel reale] si arriva attraverso una specie di totale conquista» (Zambrano, <xref ref-type="bibr" rid="CIT04">2007</xref>, p. 6). &#x00C8; una conquista che si attua nell’educazione, cio&#x00E8; nella libert&#x00E0;. Se il primo requisito della comprensione &#x00E8; l’accettazione della realt&#x00E0; cos&#x00EC; come si presenta, occorre, poi, lasciare essere ci&#x00F2; che si mostra senza avere la brama di impadronirsene attraverso presuntuose categorie soggettive e intellettuali, bens&#x00EC; mettendosi al servizio dell’oggetto, perch&#x00E9; «[La comprensione] &#x00C8; una passivit&#x00E0; che costituisce l’originaria attivit&#x00E0; mia, quella del ricevere, del constatare, del riconoscere» (Giussani, <xref ref-type="bibr" rid="CIT02">1997</xref>, pp. 140-141). Bloccare la dinamica dell’energia della ragione &#x00E8; anche fermare la conoscenza<xref ref-type="fn" rid="NOTE11">11</xref>. Infatti: </p>

						<disp-quote><p>«Il modo con cui il reale si presenta a me &#x00E8; sollecitazione a qualche cosa d’altro. [...] Il reale mi sollecita [...] a ricercare qualche cosa d’altro, oltre quello che immediatamente mi appare. La realt&#x00E0; afferra la nostra coscienza in maniera tale che questa pre-sente e percepisce qualche cosa d’altro. Di fronte al mare, alla terra e al cielo e a tutte le cose che si muovono in esso, io non sto impassibile, sono animato, mosso, commosso da quel che vedo, e questa messa in moto &#x00E8; per una ricerca di qualcosa d’altro» (Giussani, <xref ref-type="bibr" rid="CIT02">1997</xref>, p. 153).</p></disp-quote>

			<p>&#x00C8; l’attesa di infinito, di alterit&#x00E0;, costitutiva dell’uomo che, per&#x00F2;, non si origina mai da un’idea astratta, da una logificazione dell’intellezione, come direbbe Zubiri, ma dal reale che continuamente mi sollecita dentro di esso e fuori di esso a ricercare ci&#x00F2; che rimane.</p>

			
			
		</sec>
		
	</body>
	
	
	<back>
			
		<sec id="notas">
			<title>NOTAS</title>
		
			<fn-group>
				<fn id="NOTE1"><label>1</label>
					<p>Sul problema della sufficienza della conoscenza umana per la filosofia greca, cfr. Esposito, <xref ref-type="bibr" rid="CIT01">2005</xref>, pp. 5-23.</p>
				</fn>
				
				<fn id="NOTE2"><label>2</label>
					<p>Cfr. Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT06">1987</xref>, pp. 47-53.</p>
				</fn>
				
				<fn id="NOTE3"><label>3</label>
					<p>Continua Zubiri, anticipando temi che tratter&#x00E0; nelle successive due parti del trittico: «Se torniamo alla cosa reale a partire dal suo concetto, vi &#x00E8; la verit&#x00E0; come <italic>autenticit&#x00E0;</italic>. Se torniamo alla cosa reale a partire da un‘affermazione, vi &#x00E8; la verit&#x00E0; come <italic>conformit&#x00E0;</italic>. Se torniamo alla cosa reale a partire dalla sua ragione, vi &#x00E8; la verit&#x00E0; come <italic>compimento</italic>. Come vedremo, questa terza forma non &#x00E8; mai stata considerata dalla filosofia classica. Autenticit&#x00E0;, conformit&#x00E0; e compimento sono tre forme di verit&#x00E0; duale». (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 335).</p>
				</fn>
				
				<fn id="NOTE4"><label>4</label>
					<p>A questo proposito, come aveva gi&#x00E0; fatto in <italic>Naturaleza, historia, Dios</italic>, Zubiri ricorda il celebre detto di Eraclito (fr. 93) secondo cui «l’oracolo di Delfi n&#x00E9; dichiara n&#x00E9; occulta, ma indica, significa (<italic>sema&#x00ED;mei</italic>), ci&#x00F2; che deve accadere». (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 805).</p>
				</fn>
				
				<fn id="NOTE5"><label>5</label>
					<p>Sull’argomento, cfr. Pintor Ramos, <xref ref-type="bibr" rid="CIT03">1994</xref>, pp. 181-182.</p>
				</fn>
				
				<fn id="NOTE6"><label>6</label>
					<p>«La verificazione &#x00E8; la forma propria ed esclusiva della verit&#x00E0; dell’intellezione razionale». (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 1237).</p>
				</fn>
				
				<fn id="NOTE7"><label>7</label>
					<p>Cfr. Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, pp. 1245-1247.</p>
				</fn>
				
				<fn id="NOTE8"><label>8</label>
					<p>Una tale verifica, anzi, &#x00E8; impossibile per Zubiri: «una cosa &#x00E8; la verificazione del ragionato, un’altra la verificazione della stessa ragione. Orbene quest’ultima non &#x00E8; verificabile. Si pu&#x00F2; verificare la verit&#x00E0; di cui si d&#x00E0; ragione, ma non si pu&#x00F2; verificare la stessa ragione che si adduce. Se si potessero verificare entrambe le cose in un solo esperimento avremmo un esperimento cruciale, un <italic>experimentum crucis</italic>. Ma questi esperimenti praticamente non esistono», (Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 1251).</p>
				</fn>
				
				<fn id="NOTE9"><label>9</label>
					<p>Cfr. Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT10">2008</xref>, p. 1279.</p>
				</fn>
				
				<fn id="NOTE10"><label>10</label>
					<p>Cfr. Zubiri, <xref ref-type="bibr" rid="CIT07">1999</xref>, p. 154 e ss.</p>
				</fn>
				
				<fn id="NOTE11"><label>11</label>
					<p>«Una corretta comprensione delle sfide lanciate dalla cultura contemporanea e la formulazione di risposte significative a tali sfide devono avere un approccio critico ai tentativi limitati e, in definitiva, irrazionali di restringere la sfera della ragione. Il concetto di ragione deve essere invece “ampliato” per essere in grado di esplorare e comprendere» (Benedetto XVI, 2007, <italic>Discorso ai Rettori e Docenti delle Universit&#x00E0; Europee</italic>, Roma, 23/6/2007).</p>
				</fn>				
			</fn-group>
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			<title>BIBLIOGRAF&#x00CD;A</title>
				
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			<element-citation publication-type="book">
			  <person-group person-group-type="author">
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					  <surname>Esposito</surname>
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				  </name>
				  <name>
					  <surname>Maddalena</surname>
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				  </name>
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					  <surname>Ponzio</surname>
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				  </name>
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					  <surname>Savini</surname>
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			  <year>2005</year>
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			  <publisher-loc>Bari</publisher-loc>
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			  <year>1997</year>
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			  <publisher-loc>Milano</publisher-loc>
			  <publisher-name>Rizzoli</publisher-name>
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			<ref id="CIT03">
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			  <year>2007</year>
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			  <comment>di luglio/agosto 2007</comment>
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			  <year>1985</year>
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			  <lpage>124</lpage>
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